JOHN CHEEVER, La luce e la solitudine - #Indice dei libri, aprile 2013

Ma quanto può essere oscuro e doloroso il cuore dell’uomo; quanto può essere buio e senza speranza e ingombrante e cupo? Soprattutto se quell’uomo si risveglia in una domenica di mezza estate sulla costa est dei Stati Uniti, e con la bocca impastata di gin e vodka, si sofferma a contemplare la luce che sbianca gli avanzi di una festa nel giardino di casa. E’ in quel preciso istante che qualcosa si smuove dentro di lui. Quell’uomo ha un’epifania. E le epifanie hanno questo di caratteristico. Sono brevi. E sono terribili, perché disseppelliscono quel nocciolo duro che ciascuno di noi conserva nel fondo del proprio animo. John Cheever in quell’stante comprende due cose fondamentali di se stesso Che il mondo per lui sarà sempre una questione di luce. E per questo passerà molto tempo della sua vita a inseguirla, a raccontarne le variazioni cromatiche lungo il trascorrere delle stagioni, a studiare come si addensa quando cola nelle piscine delle case della middle-class americana, quella borghesia conservatrice e bigotta a cui Cheever sa di appartenere - a cui vuole appartenere con dedizione e ubbidienza - ma che in realtà costituisce la somma di tutte le sue angosce e delle sua castrazioni. E non a caso sarà una piscina, anzi una serie di piscine che un giovane uomo d’affari giunto al capolinea dei propri desideri, attraverserà a nuoto da una casa all’altra fino ad arrivare in serata alla propria, distrutto nel fisico e nel morale, il tema di uno dei suoi racconti più belli, poi diventato anche un film con Burt Lancaster.

Dunque la luce, che diventa un ossessione. “La luce perde la sua ampiezza, ma non la sua chiarezza né la sua potenza. Questi blu tenui e queste luci limonose sono come le luci dell’anestesia, del desiderio del riposo. Escono le stelle e continua il gioco della luce. Non è che la luce se ne vada, è che un’oscurità cade dal cielo su tutto, coprendola. L’oscurità cade su tutto.” L’altra cosa che apprende il giovane John Cheever di se stesso, in quella domenica, è che la sua vita assomiglierà maledettamente all’immagine di quel giardino disordinato in cui rimangono impressi i segni di una festa ormai terminata. Nella sua esistenza aleggerà per sempre il fantasma di qualcosa che si è appena concluso, da pochissimo, e che se solo si fosse fatto in tempo ad affettarsi poteva essere goduto fino un fondo. Come un calice di vino che nel momento in cui arriva alle labbra ha perso tutto il suo potere dionisiaco ed effervescente. Quel potere c’era, ed era simile ad una promessa, ma ciò che resta adesso è una sensazione offuscata di malessere. Da queste due epifanie si dirada tutta la trama di riflessioni e contraddizioni che compongono questo bellissimo libro, che benché mantenga il profilo lento e anodino del diario-confessione, finisce per diventare probabilmente il romanzo più potente che John Cheever abbia mai scritto. O almeno quello in cui è riuscito a costruire il suo personaggio più bello, più vero, più denso e scolpito: se stesso. Un uomo ambiguo, preda di furori alcolici e sessuali, eterosessuale o omosessuale, incompiuto, padre assente eppure vigile, e soprattutto marito innamoratissimo che pare prigioniero di uno schema di incomunicabilità perenne con la propria moglie. E allora è tutto un susseguirsi di tormenti, di desideri non manifesti ma presenti, di confessioni e sensi di colpi. Il Cheever pubblico, scrittore in costante ascesa e prossimo ai più importanti premi letterari americani, e il Cheever privato, uomo perseguitato dal demone del desiderio e della scrittura. Cheever l’uomo che provò a sintetizzare le frasi melodiose di Fitzgerald e il suo sguardo caustico sul mondo dei ricchi borghesi, con la precisione chirurgica della sintassi di Hemingway, l’uomo che tornerà, di nuovo, a dare linfa vitale alla tradizione della novel americana. L’uomo che leggendo gli scrittori da lui più amati, Bellow, Nabokov, Falubert, si sentiva struggere da un infinito senso di distanza e impotenza. E che annotava con lucidità disarmante “Era uno di quegli americani che a metà della loro vita avevano avuto un crollo materiale e spirituale.”

E nonostante tutto, o forse semplicemente su tutto, di nuovo, la luce. Che non è quella filosofica della verità, ma è una luce fisica, a tratti gelida, che entra dentro le case e fotografa i suoi abitanti nei loro momenti più intimi e desolanti. Che entra nel cuore e lo riscalda ma mentre lo riscalda gli mostra il mondo nella sua oscena nudità. La luce di Cheever è una luce fantasmatica, corposa, una luce che ingoia i miliardi di dettagli molecolari che impregnano ogni singolo attimo dell’esistenza, e tutto lo sforzo del Cheever narratore sembra quello di stare al passo con questa densità abbacinante, riuscire in qualche modo a ficcare la testa dentro questa luce per vedere abbastanza, per capire abbastanza e riportare quanti più dettagli gli fosse possibile nei suoi racconti. Questi diari seguono Cheever dagli anni quaranta fino alla morte. Intere pagine vengono dedicate a scandire poche ore, e poi trascorrono mesi e mesi in cui Cheever annota un solo evento, la qualità del vento contro le fronde di una quercia, o la tenebrosa sensazione di fallimento che si accumula in fondo al cuore benché cominci a vendere i suoi racconti e ad essere considerato sempre di più un gigante del proprio tempo. Ma non c’è speranza dove c’è l’ambizione forsennata della letteratura. Ecco perché queste pagine andrebbero lette innanzitutto dagli scrittori, dagli scrittori compiaciuti, dagli scrittori tenui, dagli scrittori che confondono la letteratura con il merchandising, perché in questa tetra guerra in cui si confrontano spirito e carne, paura e redenzione, dannazione e speranza, l’unica certezza è che la letteratura possa ancora stillare qualche goccia di purezza, che in mezzo al marasma di conflitti in cui galleggiamo tutti esiste la boa piccola e solida della bellezza. E perché Cheever è stato umanamente sincero e spietato con se stesso, e in virtù di questa onestà ha provato a buttare giù, ogni tanto, qualche pagina che fosse degna di restare scolpita per sempre nei nostri cuori. ( JOHN CHEEVER, UNA SPECIE DI SOLITUDINE - pag. 504, Feltrinelli, novembre 2012

ed. orig. 1990/1991, trad. dall’inglese di Adelaide Cioni)

tratto da “Gli animali morti emanano più calore di un rogo” (copyright 2013, Fuoco sulla città - ad est dell’equatore editore)

 ma vi stavo dicendo che è colpa dei libri, è colpa del mio professore di liceo che m’ha fatto ‘na capa tanta quando ci siamo rivisti l’anno scorso, mi diceva, sei disoccupato, sei sfruttato, non lo vedi che sei ai margini della società, “noi siamo il nostro linguaggio” mi diceva e giù con quel filosofo tedesco del cazzo, la poesia poi, “la bellezza sarà convulsiva o non sarà”, e giù con i francesi surrealisti, solo che io non ci capivo un cazzo all’inizio, la bellezza sarà convulsa mi dicevo in mente, prendevo la cumana e scendevo a Torregaveta e passeggiavo sul pontile e la bellezza sarà convulsa o non sarà, mi mettevo a guardare il mare e leggevo, leggevo tutto, perché ero disoccupato e non sapevo come passare il tempo, e poi volevo bene al professore anche se viveva int’ a nu’ cess e seminterrato dietro piazzetta Nilo, mi diceva che la poesia l’aveva salvato, ma salvato da che?, ce steven’ pure ‘e zoccole nel suo palazzo, due buchi nel  muro e una puzza d’umido che ti bruciava il naso, ma lui mi passava i poeti russi, i poeti morti giovani, “battete sulle piazze il calpestio delle rivolte!”, e dove?, ma quali rivolte?, con chi ce l’hai?, ma state parlando davvero con me?, passavo settimane e settimane a cercare di capire e poi pian piano è cambiato qualcosa, è successo qualcosa, manco lo so io come o quando, ma ho cominciato a vedere tutto, a capire tutto, “Ma lei, il Vampiro che ci rende gentili, ordina che ci divertiamo con quanto ci lascia, o che altrimenti siamo più buffi.”, il Vampiro capite?, quello che ci prende il sangue, quello che si prende l’energia e tutto il resto, il Vampiro ci confonde, ci promette qualcosa, ci imbroglia e io non volevo essere imbrogliato, “Io dico che bisogna essere veggente, farsi veggente. Il poeta si fa veggente attraverso una lunga, immensa, ragionata sregolatezza di tutti i sensi” e vabbene faccimml’ ‘o veggente, io vedo ormai, e vedo che va tutto male, e vedo la bruttezza, a me ‘sti libri ‘e merdd’ m’hanno cambiato la vita, m’hanno  rovinato, io stavo così bene quando non vedevo niente e non capivo niente, invece chella sfaccim r’omm ro’ professore m’ha ‘nguiat’ l’esistenza, e ogni giorno una parola, ogni giorno una frase, ogni giorno nu’ cazz’ e problem che mi si apriva dentro la mente, e lui tutto calmo e serafico, schiattato su quella poltrona ‘e merd’ a dirmi che mi stavo agitando inutilmente e che non era questo il senso che dovevo dare alla mia conquistata lucidità, ma io conquisto un fucile e ti sparo in testa, e sparo a Dio e sparo agli uomini e ai palazzi di questo cesso di Ponticelli e all’improvviso… eccola la rivelazione, la verità, la lucida follia, l’illuminazione..

La letteratura non è intrattenimento

Organizzare un evento culturale a Napoli è un incantevole esercizio di meraviglia e scetticismo, di disincanto e speranza. Bisogna conservare un cuore molto giovane, e lavorare con sufficiente tenacia e pazienza per non disperdere quella passione e quell’energia che ad un certo punto della vita ci ha spinto in direzione dell’arte e della letteratura, tenendo entrambe al riparo dagli infiniti saliscendi del mercato culturale. Bisogna infine sforzarsi di credere che sia possibile creare uno spazio dove intelligenza e senso estetico possano convivere senza subire gli infiniti ricatti e le meschinità che immaginiamo come mero appannaggio della sfera quotidiana. A questo punto si potrà fare la tara con tutte le disillusioni che deriveranno da questa immersione nel mondo culturale, e solo alla fine si potrà finalmente rispondere alla domanda: cosa vuol dire fare oggi cultura a Napoli? È probabile che la risposta a questa domanda sia la stessa che si darebbe in qualunque altra città del mondo. La vera differenza è sostanzialmente una: qui da noi sembra mancare il reale destinatario di un evento culturale. La sensazione che si ha qui, è che la maggior parte degli eventi culturali siano costruiti per addetti ai lavori. Che quella fascia intermedia (La borghesia colta? La borghesia che ha votato per il cambiamento?), sia sostanzialmente disinteressata allo sviluppo civile della città. Questo è un antico problema se da quasi ottant’anni diverse generazioni di intellettuali denunciano un’ipnotica assenza della borghesia di mezzo verso la città. Ovviamente è abbastanza naturale che ad ogni happening teatrale, letterario, musicale, si vedano in prevalenza attori, scrittori, musicisti. Ma se accanto a questi manca l’altra parte di cittadinanza, quella rappresentativa della stratificazione socio-economica del territorio, tutti questi eventi rischiano di impaludarsi in una sterile autoreferenzialità. Come stimolare la città a muoversi? Troppo difficile rispondere. Chissà che non sia l’aria di mutamento che ogni tanto, a cicli più o meno regolari, si respira nell’aria, a dare una svolta. Questo è oggettivamente un periodo nuovo per la città, l’elezione del nuovo sindaco ha risvegliato pulsioni giovanili e voglia di azione. Ovviamente non si tratta di un fenomeno localistico, quanto più in generale di una complessa reazione a caldo di un’intera fascia di popolazione occidentale vessata da quasi vent’anni di catastrofi politiche, economiche e sociali. La speranza del nuovo in questi casi è sempre il miglior carburante all’azione. Nell’organizzare il ciclo di dialoghi “Napoli ars(a)”, che si svolgerà al Forum delle culture fino al 20 ottobre, siamo partiti da questa semplice osservazione fenomenologica. Ci sono  roghi che puntellano la città da mesi, ma non sono soltanto fuochi di distruzione; Napoli bruciando continua a produrre grandi quantità di energia creativa e intellettuale. Gli scrittori scelti – ovviamente una parte piccola rispetto alla quantità presente sul territorio – sono diversi per età, per linguaggio e per sguardo, ma sono tutti accomunati da una cosa: il rifiuto a concepire la letteratura come intrattenimento. Se la letteratura, che è dimensione sostanzialmente solipsistica, ha un valore in queste rassegne pubbliche, ce l’ha appunto in virtù della sua capacità di illuminare le zone complesse del nostro tempo, strappando inoltre il racconto del chi siamo al monopolio ossessivo e mediocre della televisione. La letteratura che non si uniforma a questo imperio, che non adotta lo stesso linguaggio para-televisivo, che non cede al ricatto della banalità spacciandola per semplicità, noi crediamo sia il solo faro che un evento culturale come questo dovrebbe aver cuore di preservare.

[pubblicato su IL ROMA - qui l’articolo sotto forma di intervista di Arianna Ziccardi

Tutta la bellezza deve morire su Luminol

Nell’atto dell’ennesimo tuffo, in procinto di desider­are di nuovo che il mare lo tenga con sé, Pier ha un’epifania: si può dire no, ci si può tirare indi­etro e non fare una cosa. Non deve nem­meno dirlo, dichiararlo, gli basta sapere di potere dire di no.
Di fronte alle infi­nite pos­si­bil­ità che si aprono a vent’anni Pier, Dario, Sil­via, Luca, Liv e Francesca rifi­u­tano. Tutta la Bellezza, alla fine, deve morire.
«Ci pensi mai al futuro?»
[…]
«Che cazzo è il futuro?»

L’autore è sceneg­gia­tore e reg­ista e ciò che scrive e descrive è cesel­lato chiara­mente. Inquad­ra­ture, scorci, sce­nari, per­son­aggi: uno stile molto visivo, ricco di det­tagli e immag­ini pre­cise («Il padre versa il vino a due uomini che si intrat­ten­gono con lui e gli pog­giano la mano sulla spalla. I due uomini alzano il bic­chiere prima di bere. Anche il padre alza il suo, ma lo fa con­tro­voglia, poi butta giù molto velo­ce­mente. Chiede agli uomini se ne vogliono ancora ma loro rifi­u­tano.»)
Lo stile di Pin­gi­tore riesce a ricreare, con la cadenza delle frasi e il peso delle sin­gole parole («I grilli bom­bar­dano le orec­chie. E non c’è altro. Ma questa non è pace. È qual­cosa di più, di più denso e mis­te­rioso e molle e com­pli­cato.»), l’atmosfera neb­u­losa dei pomeriggi estivi in cui il solleone attutisce ogni cosa e non per­me­tte di pen­sare chiara­mente. Il suo romanzo pro­cede per cer­chi con­cen­trici fino ad arrivare al punto: le vite di questi ragazzi si restringono man mano che i loro pen­sieri accen­nati, un po’ informi, oscil­lanti tra lo stato di sen­sazioni e quello di realtà, si rap­pren­dono fino alla solid­ità della scelta irreversibile… [Continua]

Intervista a Radio1 - Baobab (dicembre 2011)

Tutta la bellezza deve morire sul Corriere del mezzogiorno

Il lato oscuro di un mondo perfetto.

Fin dal titolo del libro, con quel suo richiamo a Keats e a Baudelaire (ma anche a Nick Cave, per dire), e dell’idea terribile della caducità del bello, al presentimento luttuoso della sua fine, questo romanzo mi appare insieme teso e complesso. La lettura lo conferma: Pingitore scrive come in una situazione di sovraeccitazione che, del resto, aderisce perfettamente, alla reattività febbrile dei suoi personaggi, i quali sono un gruppo di adolescenti attraversati da pulsioni di morte durante un’estate - l’estate del 1996 - in Costiera amalfitana… [Francesco Durante sul Corriere]

Il messaggero veneto - recensione di Massimiliano Santarossa

Mi vengono in mentre alcuni tra i migliori autori italiani di questi ultimi anni, appena usciti con i propri romanzi in queste settimane, scrittori trentenni e quarantenni del Nord-Est come Emanuele Tonon, o il gruppo di autori del movimento padovano Sugarpulp, del Nord-Ovest come Christian Frascella, del Centro Italia come Vanni Santoni e del Sud Italia come Luigi Pingitore. Scrittori capifila d’una generazione che mettono su carta le storie della propria provincia che per quanto distanti centinaia di chilometri le une dalle altre ci danno la dimensione e l’idea che in fondo questo Paese tanto frammentato non lo è, e forse non lo è mia stato… [Continua]

il riformista - recensione di Andrea Di Consoli

Oltre “Gomorra” la Napoli maudit di Pingitore
Tutta la bellezza deve morire. Lo scrittore partenopeo descrive la condizione esistenziale di un gruppo di giovani travolti dalla forza prorompente della loro stessa giovinezza.

Era dal 2006, cioè dalla pubblicazione di Gomorra di Roberto Saviano che Napoli o, per meglio dire, una prospettiva napoletana (sentimentale e stilistica) non irrompeva nella letteratura italiana. Come Saviano, anche Luigi Pingitore (Napoli, 1973) è uno scrittore vitalistico e “creaturale” (céliniano il primo, nietzschiano il secondo), e anche lui, come Saviano, è figlio di quella ricca nidiata di scrittori partenopei nati negli anni ’70 (ricordiamo almeno, tra gli altri, Antonella Cilento, Rossella Milone, Massimiliano Virgilio, Angelo Petrella, Davide Morganti, ecc.); giovani scrittori che, dopo la stagione dei Rea, Compagnone, Prisco e La Capria, e dopo l’affacciarsi sulla scena di scrittori più giovani quali Montesano, Arpaia, Franchini e De Silva, hanno brillantemente tenuto in vita e rilanciato - benché universalizzato - uno sguardo “da Napoli”.

Tra questi giovani scrittori, Luigi Pingitore è sicuramente il più talentuoso, il più “maudit”, quello con lo sguardo più estremo, più estetizzante, più letterario (ovvero meno compromesso con l’analisi dei mali di Napoli); e dunque è, tra tutti i suoi coetanei, il meno politicizzato, il meno “engagé”, il meno sociologico, muovendosi brillantemente tra cinematografie americane alternative, sperimentalismi poetici, “liquidità” moderne ed estetiche solari e vitalistiche.
Il suo nuovo romanzo, Tutta la bellezza deve morire (Hacca, 300 pagine, 14,00 euro), conferma in pieno la profonda immaginazione mitopoietica di Pingitore, la sua attitudine a creare miti e a soccombervi. Siamo negli anni ’90, sulla Costiera Amalfitana, e qui un gruppo di adolescenti - in un’estate che non può non essere “l’ultima” - scopre l’assenza, il corpo, la forza paralizzante del tempo, la solitudine, l’amore o il suo fantasma, una linea d’ombra invalicabile. Questo romanzo è anche, a voler creare letture e legami sotterranei tra libri del passato e quelli di oggi, una sorta di versione moderna di Ferito a morte(1961) di Raffaele La Capria, il romanzo del disincanto napoletano e della “grande occasione perduta” (è anche, ma si andrebbe troppo lontano, un remake dell’Amara scienza di Luigi Compagnone).
Come in Ferito a morte, anche in Tutta la bellezza deve morire un gruppo di giovani assimila nella propria esperienza la forza dirompente della bellezza del paesaggio che, al confronto con le miserie della realtà, diventa impossibile, insostenibile, quasi da disprezzare. A differenza di La Capria, però, in Pingitore l’esito non è l’emigrazione (quindi una soluzione che, per quanto amara, è pur sempre “civile”, e dunque politica), ma un destino tragico da Il giardino delle vergini suicide, film raffinato ed estetizzante di Sofia Coppola al quale si pensa più di una volta leggendo il romanzo.

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Tutta la bellezza deve morire su Arteinsieme

ConTutta la bellezza deve morire (Hacca edizioni), Luigi Pingitore consegna alla critica più esigente e ai lettori tutti un romanzo esemplare, un ‘paradiso perduto’ che è la Letteratura auspicabile. L’Eden amalfitano, che l’autore dipinge attraverso un bruciante disegno di emozioni, è ‘l’inizio della fine’, è scelta volontaria verso un eterno esilio. Per il lettore contemporaneo sarebbe peccato davvero assai grave non leggere Pingitore e la sua bellezza… [Continua]

intervista 02

10. A quali autori moderni o del passato fai riferimento? Chi ha maggiormente influenzato il tuo stile e la tua personale visione della società?

Centinaia e nessuno. Non c’è cosa più terribile e solitaria che scrivere. E comunque i grandi riferimenti sono sempre più negli altri linguaggi. Scrittori sì, ma più che altro pittori, artisiti visivi e soprattutto la musica… [Continua]

Tutta la bellezza deve morire su Panorama

Tutta la bellezza deve morire è un flusso di pensieri e di sensazioni, strutturati in una sorta di canto e controcanto: ci sono Loro, i ragazzi, eLui Ezra. La bellezza del titolo è ovunque, dai paesaggi incantati del mare di Amalfi, all’adolescenza dei protagonisti. Il suicidio finale è la loro affermazione, la loro scelta, che si compie attraverso una negazione, la cancellazione della bellezza. Prendendo al frase di Albert Camus, in apertura al romanzo: Pochi capiscono che esiste un rifiuto che non ha nulla in comune con la rinuncia… [Continua]

Tutta la bellezza deve morire su fuorilemura.com

Non aspettatevi risposte, non aspettatevi fatti. Nell’opera di Pingitore, scritta e costruita sapientemente, vi attendono solo domande, spazi di riflessione che si aprono allo scorrere lento della non-vicenda, di un filo narrativo che, nella maggior parte delle righe, è fatto solo da elucubrazioni senza via d’uscita… [Continua]

Intervista a Rai 1 - programma Uno Mattina

Tutta la bellezza deve morire su mangialibri.com

La vena narrativa di Luigi Pingitore riesce a modellare il linguaggio all’unisono con le sensazioni che descrive e si dispiega lungo il tragitto scorrendo in maniera sinuosa e irregolare. Il procedere apparentemente casuale, gli incastri inusitati che fanno percepire sempre e con chiarezza lo squarcio del momento cruciale restano il contrassegno essenziale di uno stile che apprezziamo e da cui ci attendiamo ulteriori conferme… [Continua]

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